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Viaggio On the Road nel Selvaggio Outback Australiano

Gennaio 2015, tre giorni di viaggio on the road attraverso le lande desolate del Western Australia meridionale. Alla scoperta del comunemente noto Outback australiano, un luogo ostile che si estende per milioni di ettari su tutta l’area del Continente Rosso.

Autore: Raianaraya Nature Experience

L’Australia è un enorme continente situato tra l’Oceano Pacifico e l’Oceano Indiano. Sin da quando il famoso esploratore James Cook raggiunse le coste del New South Wales, questa terra diventò meta di viaggiatori, vagabondi e curiosi, oltre ad essere colonia penitenziaria inglese. I primi sbarchi resero immediatamente chiaro quanto difficile potesse essere sopravvivere in quella sconfinata landa desolata. La perlustrazione era complessa e di addentrarsi nel deserto non se ne parlava neanche; come poter affrontare una traversata in un luogo tanto arido e secco senza conoscerne assolutamente niente?

Tutto sommato, nei primi anni dopo la scoperta dell’Australia nel 1770 d.C., i nuovi coloni evitarono di allontanarsi troppo dall’acqua per non rischiare inutilmente in imprese azzardate. Dal secolo successivo, però, dovuto anche al rinvenimento di giacimenti d’oro nell’entroterra, si cominciò ad ipotizzare l’utilizzo di animali alquanto resistenti e adatti alle traversate. Quali esseri viventi potevano assolvere tale compito meglio dei cammelli e dei dromedari? Probabilmente nessun altro sul pianeta. Fu così che si iniziarono a importare migliaia e migliaia di cammelli e dromedari dall’Afghanistan, dall’India e dalla penisola arabica. Ad oggi, si conta una popolazione di queste specie superiore al 1.000.000 su tutto il territorio nazionale.

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Outback Australiano

Nonostante il clima ostico e le temperature tra le più calde al mondo, l’Outback australiano offre degli scenari suggestivi e ospita una fauna locale assolutamente unica. Ad esempio, alcune specie autoctone sono quelle che appartengono ai canguri, ne sono diverse e di vario genere come i wallaby, wallaroo, il canguro rosso e il canguro grigio occidentale. Ma in questi remoti antri vivono anche altre specie animali come i quokka, le aquile australiane, gli struzzi, i dingo, ossia una sorta di cani selvatici, i varani e i già menzionati cammelli.

Per circa l’80% dell’intero territorio australiano, l’outback è la sola realtà che si estende per circa un milione di chilometri quadrati. Vegetazione quasi assente si alterna a porzioni di roccia e deserto dal tipico colorito rossastro, una colorazione che ha origine dalla forte presenza di ferro nel suolo. La natura ha scolpito e modificato questo luogo arcaico, lasciando ad un occhio attento la possibilità di apprezzare dei paesaggi suggestivi e del tutto singolari. Proprio per questa ragione, una volta in Australia, era indispensabile osservare con i propri occhi questa meraviglia naturale.

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Esperance, Western Australia

Dopo aver lasciato Albany, in compagnia di due grandi esploratori come me, avevamo raggiunto la città costiera di Esperance. Nessuno aveva mai sentito il suo nome prima di allora, eppure, una volta entrati nel paese, questo luogo ci parve essere sempre più un paradiso terrestre. Il bianco candido della spiaggia e l’acqua celeste dell’oceano si fondevano dando vita ad uno scenario da sogno. Inoltre, a bordo della nostra magnifica Holden Commodore del 96’, raggiungemmo una terrazza panoramica attrezzata con vista mare.

Uno di quei servizi che ho amato da subito in Australia sono i BBQ elettrici disposti in aree attrezzate dove si può facilmente cucinare per poi pulire e permettere a chi vorrà vivere la stessa esperienza di trovare il barbecue in condizioni da poter essere utilizzato ancora. Quel giorno, riforniti di salsicce e altra carne comprata al Coles, pranzammo in questo gazebo mentre un delfino, ad intermittenza, si divertiva a sondare una precisa area del mare. Un pranzo inconsueto in una città sconosciuta senza che fosse neanche previsto sulla nostra tabella di marcia.

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Che la Traversata abbia Inizio

Allietati dal piacevole pranzo con vista mare e a costo zero, mi misi alla guida della nostra comodissima station wagon. Eravamo così entusiasti per l’avventura che ci aspettava che non stavamo più nella pelle. Percorrevamo l’infinita lingua d’asfalto nell’outback desertico carichi di gioia e per la prima volta stavamo entrando in una zona in assenza di linea. Da quel momento in poi, per circa tre giorni, non avremmo più avuto copertura telefonica.

Macinammo circa 500 chilometri, superando diversi minuscoli paesini come Norseman, Fraser Range e Balladonia. In alcuni casi, il nome del luogo che compariva sulle mappe risultava essere un semplice distributore di benzina con una baracca in legno malandata e, nei casi migliori, un motel alle spalle. Cercammo un posto dove accamparci per la notte e infine trovammo una piazzola in sterrato dove sostava soltanto un altro van. Aspettammo che calasse il sole, ammirammo le luci del tramonto accendere la terra rossa e creare un’ illusione ottica, come se tutto d’improvviso s’infuocasse e poi, in un istante, la notte portasse ogni luce nelle tenebre.

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Eucla National Park, Western Australia and South Australia border

Il giorno seguente ci svegliammo presto. Sul nostro fornellino a propano riscaldammo alcuni cornetti vuoti e li farcimmo con la nutella, ebbene sì, anche nel continente australiano non hanno potuto farne a meno. Circondati da qualche eucalipto e con i primi raggi che affioravano all’orizzonte, ci godevamo una tranquilla e silenziosa colazione nel bel mezzo dell’outback australiano, approfittando della temperatura ancora mite. Una spazzolata ai denti, una controllatina alla mappa e via di nuovo per la nostra strada.

In appena trecento chilometri circa, dopo aver attraversato in poco più di ventiquattro ore qualcosa come mille chilometri, raggiungemmo un luogo che nessuno di noi tre avrebbe mai più dimenticato: Eucla, il confine tra il Western Australia e il South Australia. Nei pressi di questo parco nazionale ci sono diversi look out, ossia punti panoramici da cui poter scorgere l’orizzonte che si perde a vista d’occhio. Ad Eucla, dopo chilometri e chilometri di asfalto e deserto, ci imbattemmo in alcuni dei paesaggi più belli che avessimo mai visto in vita nostra. Muraglioni di scogliere a strapiombo sul Mare del Sud, sconfinate spiagge e dune di un bianco candido quasi irreale e scenari così immensi da sconvolgere la vista di chiunque. Eravamo smarriti, ma totalmente felici di esserlo. Adesso non volevamo altro che tutto ciò continuasse ad accadere e che non finisse mai.

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Un Incubo che si materializza: Fermi nel deserto!

Dopo aver assistito ad uno degli spettacoli più affascinanti della natura e aver consumato un veloce pranzo con dei tramezzini home made, rimboccammo la high way in direzione di Adelaide. Viaggiammo per l’intero pomeriggio fino alle prime luci del tramonto, quando d’improvviso un tonfo accompagnato da un forte sussulto e da un lungo stridio metallico ruppe l’atmosfera di pace. L’incubo che diventa realtà, le paure più profonde che si concretizzano in un battito di ciglia: una foratura dello pneumatico nel bel mezzo del nulla e qualche istante prima che cadessero le tenebre.

Svuotammo l’intero cofano posteriore dell’auto, backpack, chitarra, fornellino, termos, acqua, cibo, materasso e borse varie per recuperare la preziosissima ruota di scorta. Iniziammo a sbullonare quel che era rimasto della ruota andata e una volta fatto ciò, non restava che inserire il nuovo pneumatico e tutto avrebbe preso la piega giusta. Il mio amico cercò di agganciare lo pneumatico di scorta al blocco di supporto, ma niente, tutto inutile, non entrava in nessun modo. Incominciammo a darci il cambio per colpire la ruota affinché in qualche maniera riuscisse a aderire al supporto, ma era complicato. I fori della ruota di scorta erano di misura diversa e non c’era quindi alcun modo per poterla far entrare. La serata stava per prendere la peggior piega possibile: da soli, di notte, senza copertura telefonica e con una gomma esplosa.

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Non tutto è perduto: l’arrivo a Ceduna

Ci demmo il cambio più e più volte, mentre, il sole ormai era calato all’orizzonte cedendo il posto a quel pallido chiarore della luna che a stento illuminava la nostra auto e l’outback attorno a noi. Avevamo quasi perso le speranze quando un calcio ben mirato del mio amico finalmente fece entrare la ruota in tre punti. Tutti e tre ci guardammo e con uno sguardo d’intesa avemmo la stessa reazione: correre ad avvitare lo pneumatico anche se storto. Completammo il lavoro e decidemmo di cominciare a muoverci ad una velocità minima, cercando di comprendere se così la ruota tenesse. Ogni dieci minuti fermavamo l’auto e controllavamo se i bulloni fossero ancora fissi.

Le prime due, tre volte alcuni bulloni si allentarono di molto, successivamente, per qualche misteriosa ragione e per volere di qualche magnanima divinità celeste, i bulloni si fissarono e riuscimmo, procedendo ad una velocità media di 40 km/h, a raggiungere un distributore di benzina e fermarci per la notte. Al mattino seguente, fummo svegliati da una decina di corvi, tra cui uno piuttosto burbero che cominciò anche a picchiettare sul tettuccio dell’auto. Per il mio amico era un brutto segno, invece, contro ogni previsione, in mattinata riuscimmo ad arrivare al primo paese con forme di vita umane dove con molta difficoltà spiegammo che la nostra station wagon fosse la nostra casa in quel periodo e che avremmo avuto bisogno di una riparazione al più presto.

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Missione Compiuta, il viaggio nel selvaggio Outback è salvo

Un muretto in pietra, sabbia e sterrato sotto i nostri piedi, uno dei compagni d’avventura, preso da un momento di malinconia, strimpellava qualche nota sulla sua chitarra, mentre sullo sfondo, il nulla cosmico si perdeva a vista d’occhio. Dopo qualche ora, la nostra auto ci fu riconsegnata pronta e pulita. Finalmente, eravamo riusciti ad ottenere una vittoria importante sull’outback australiano. L’incubo era stato allontanato e così potevamo riprendere il nostro viaggio oltrepassando la zona più wild di quella nostra traversata. Procedemmo ancora per giorni, ma questa è un’altra storia.

Le avventure in Australia non finiscono qui, ma nel frattempo, altri istanti nel continente rosso sono già nel nostro Blog.
Raianaraya Nature Experience

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Irpinia, il Cuore della Campania

L’Irpinia è una florida terra adagiata tra le vallate centrali della regione Campania. Un luogo dove natura, storia e tradizioni locali creano un’atmosfera singolare che solo chi vi è stato può comprendere appieno

Autore: Raianaraya Nature Experience

Nell’area territoriale adagiata tra le dolci colline e i modesti rilievi appenninici della Campania, sorge l’Irpinia; una terra che conserva ancora oggi quei tratti storico-culturali che nei secoli ne hanno caratterizzato la sua evoluzione. Compresa prevalentemente tra le verdeggianti vallate della provincia di Avellino, l’antica terra degli Irpini confluisce a sud con la splendida Salerno e con i confini della Basilicata.

Sul versante orientale, la città medievale di Ariano Irpino indica gli ultimi chilometri prima di addentrarsi nella regione costiera della Puglia, mentre, il fiume calore, originatosi dai Monti Picentini, scorre placido e conduce attraverso le naturali conformazioni geologiche alla vicina città delle streghe, Benevento. Infine, ad occidente, si estende la cosmopolita e caotica Napoli.

Mirabella Eclano, Avellino, Campania, il cuore dell'Irpinia

Gli Hirpini e il Lupo

Le origini dell’Irpinia tutt’oggi non sono del tutto chiare. Ciò è dovuto alla mancanza di fonti storiche che ne testimonino il suo corso in modo lineare. Tuttavia, grazie alla riscoperta di alcuni reperti di epoca romana, si è giunti alla conclusione che questa popolazione avesse pieno controllo del territorio già prima delle guerre sannitiche, IV-III secolo a.C.

Infatti, le gesta degli irpini sono decantate già ai tempi delle guerre espansionistiche di una Roma allora repubblicana. Stanziati pressappoco nell’odierna Campania tra le valli dell’Ofanto, del Sabato e dell’Ufita, questa stirpe di gente appartenente ai Sanniti parlava l’osco, una lingua condivisa da buona parte dei popoli italici meridionali nei secoli antecedenti all’impero romano.

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Curiosa è l’etimologia del nome con cui questo popolo decise di farsi chiamare: Hirpini. Parola che deriva da Hirpus, ovvero lupo in osco. Si narra che la gente irpina fosse di indole rozza e belligerante e che per queste ragioni si identificasse orgogliosamente con la figura di Marte, Dio della guerra, della forza e della virtù umana.

Gli Irpini, inoltre, mostravano un considerevole rispetto per un animale selvaggio locale. Una bestia che ancora oggi rappresenta la forza, il coraggio e lo spirito di resistenza: il lupo. Presumibilmente, dovuto forse anche alle sue caratteristiche mitiche, la tenace e vigorosa figura del lupo venne accostata alla divinità Marte. Difatti, divenne simbolo della stirpe irpina contraddistinguendola a lungo.

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Tramonto dalla cittadina di Mirabella Eclano (AV), Campania

Mito e leggende: dalla Janara ai Lupenari

Quando si è piccoli, i nostri nonni fanno sfoggio di tutti quei racconti e di quelle credenze locali che lasciano chiunque le ascolti sempre alquanto affascinati. In fondo, in ogni cultura del pianeta compaiono leggende o miti, narrazioni misteriose e talvolta occulte che trattano di elfi, divinità, demoni o qualsivoglia entità magica. In effetti, qualsiasi popolo è come se attingesse le proprie tradizioni da creature ed eventi sovrannaturali.

Allo stesso modo, anche l’Irpinia appare impregnata di misticismo e scenari fiabeschi. Tra le figure più rinomate, una posizione di rilievo è assegnata ai mitici lupenari, uomini che, nati durante la notte di Natale, hanno osato sfidare Cristo e per questo sono condannati ad un’esistenza da dannati. Infatti, ad ogni luna piena, i poveri malcapitati si trasformano in licantropi e vagano tutta la notte per i boschi e le campagne del posto.

Lupi mannari, Irpinia, Campania

Nell’area centrale della Campania è spesso menzionato anche il magico e maligno scazzamauriello. Si narra che questo elfo fatato sia di piccole dimensioni e sia vestito in abiti scuri e cupi. Nel cuore dell’Irpinia, l’entità oscura si presenta sotto forma di un omuncolo peloso e pare si diverta a disturbare il sonno delle persone sedendosi sulla loro pancia durante la notte.

Infine, un’emblema del beneventano, ma che si è esteso anche nelle vicine terre irpine è la Janara. Una strega malvagia, abile negli incantesimi e profonda conoscitrice delle erbe naturali, che la notte vaga per tormentare i sogni degli sventurati. In origine, la janara di Benevento soleva incontrarsi con altre fattucchiere sotto di un noce dove, insieme, compievano riti e veneravano il demonio. Queste sono soltanto alcune delle decine di leggende che circolano da tempo immemore in queste antiche località irpine.

Janara, Irpinia, Campania

Monti Picentini e Monti del Partenio

Parte delle catene montuose appenniniche situate in Campania convergono nel rigoglioso territorio irpino dando vita a scenari montuosi alquanto suggestivi e offrendo splendidi panorami sulle sconfinate vallate sottostanti. I due massicci principali sono quelli dei Monti Picentini e dei Monti del Partenio. I primi raggiungono le altitudini più importanti, tra i quali, il Monte Cervialto, il Terminio e il Polveracchio che dominano sull’intera area circostante con i loro corrispettivi 1.809, 1.806 e 1.790 metri s.l.m.

Sul monte Cervialto si organizzano escursioni, in genere, partendo dall’altopiano di Laceno, nel comune di Bagnoli Irpino, che prende il nome dall’omonimo lago. Quest’ultimo è meta turistica soprattutto durante le festività, infatti, non solo in alcuni periodi invernali è possibile sciare, ma molti campani, in particolare del napoletano, approfittano della pace e della tranquillità della montagna per evadere dal caos e dallo stress quotidiano.

Lago Laceno, Bagnoli Irpino, Irpinia, Campania
Lago Laceno, Bagnoli Irpino

La località dei Monti Picentini è molto rinomata per quello che viene considerato come l’oro nero della gastronomia: Il tartufo nero. Ogni anno, infatti, è possibile degustare molte varietà di piatti tradizionali a base del pregiato fungo alla festa del tartufo di Bagnoli Irpino. Mentre, nella vicina Montella, si trova un parco attrezzato naturalistico, il Bioparco Fattoria Rosabella, in cui è presente una cascata e un sentierino lungo il fiume che vi ci conduce. Un luogo rasserenante dove si può trascorrere una giornata nella natura incontaminata e degustando prodotti tipici locali.

Infine, i Monti del Partenio sono rilievi con una quota relativamente inferiore a quelli Picentini. Noti in particolare per la grande produzione di nocciole a livello nazionale, questi monti si presentano con una conformazione più compatta e omogenea. Tra le montagne della catena montuosa, quella più celebre è Montevergine, nel comune di Mercogliano, per via dell’omonimo Santuario Abbazia.

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Veduta da Montevergine, Mercogliano, Avellino

I borghi incontaminati dell’Irpinia

In questo magico angolo d’Italia, sparpagliati in modo eterogeneo, sorgono antichi e remoti borghi medievali. In alcuni casi, evidenti sono le tracce del passato locale che talvolta sono riconducibili al paleolitico e al neolitico. I siti archeologici di maggiore rilievo sono sicuramente gli scavi di Abellinum ad Avellino e gli scavi di Aeclanum nella città di Mirabella Eclano. Entrambe le località sono di epoca romana ed erano dei centri nevralgici lungo la via Appia, unico vero collegamento per la vecchia Apulia, ossia l’odierna Puglia. Reperti romani sono stati rinvenuti anche nella panoramica Frigento, una piccola cittadina a quota 911 metri s.l.m. che veniva utilizzata dai romani per immagazzinare e conservare le scorte di cibo destinate a rifornire l’Irpinia e buona parte della Campania.

Una caratteristica che accomuna molti dei borghi irpini è sicuramente la loro elevata posizione. Infatti, buona parte di questi paesini è ubicata su rilievi che talvolta oltrepassano anche i mille metri di altitudine. La località con la quota più importante d’Irpinia è Trevico, un piccolo centro abitato a sud est della suddetta area geografica in cui è ancora possibile rivivere quel silenzio senza tempo immerso nella natura selvaggia circostante. Molto suggestivi sono anche Monteverde, classificato come uno dei borghi medievali più belli d’Italia e Nusco, definito il balcone d’Irpinia per la sua ampia veduta sulle verdeggianti distese limitrofe.

Rocca San Felice, Irpinia, Campania
Panorama Rocca San Felice, Irpinia

La medievale Rocca San Felice, immersa nella natura, domina sulle vallate dell’alta Irpinia e si impregna di mito con la Valle d’Ansanto, anche nota come Mefite. Quest’ultima era considerata dagli Irpini un luogo sacro dove poter venerare la Dea Mefite, divinità a cui chiedevano ricchezza e protezione. Altri borghi in alta quota sono Zungoli, Bisaccia, Calitri, Guardia dei Lombardi, la Gesualdo del rinomato madrigalista e Lioni.

Oltre ad essere immersi nella natura, alcuni paesini di quest’area della Campania offrono anche vere prelibatezze a livello internazionale. Taurasi, ad esempio, con l’omonimo vino DOCG possiede alcuni dei vigneti più invidiati al mondo. Ad Avellino è possibile degustare alcuni dei vini bianchi pregiati d’Italia, tra cui il Fiano di Avellino e il Greco di Tufo.

Vigneti Irpinia, Avellino, Campania

L’Irpinia è una terra legata fortemente alle sue tradizioni ed è plasmata da una storia ancora tangibile che non smette mai di stupire. I borghi e le località da scoprire sono molti e sarebbe stato impossibile riuscire a citarli tutti. In questo articolo ho voluto semplicemente raccontare di un luogo a me molto caro poiché è lì che sono nato ed è lì che risiedono le mie radici.

Venite a sognare con noi immergendovi nei borghi abbandonati inghiottiti dalla natura selvaggia tra l’Abruzzo e le Marche.
Raianaraya Nature Experience

Passeggiata sul monte Fertazza: Rifugio baita Belvedere sulle Dolomiti

Escursione in Val di Zoldo tra il Pelmo e il monte Civetta. Una passeggiata sul monte Fertazza da Pescul per il sentiero C.A.I. 569, attraverso gli abeti e la vegetazione delle Dolomiti bellunesi. Ecco il sentiero del rifugio baita belvedere con veduta sul lago di Alleghe e alcune delle vette più affascinanti d’Italia

Autore: Raianaraya Nature Experience

Gli scenari naturali delle Dolomiti bellunesi sono meraviglie di inestimabile valore e sono considerate patrimonio dell’umanità dallUNESCO. In particolare, tra la Val Fiorentina e Alleghe svettano due montagne simbolo: il monte Pelmo, 3.168 metri s.l.m. e il monte Civetta, 3.220 metri s.l.m. Qui, immerso in un paesaggio incantato, si eleva un altro monte da cui poter ammirare la maestosità di queste montagne rocciose. Ecco una passeggiata sul monte Fertazza al cospetto del massiccio del Civetta con arrivo in cima Fertazza e rifugio baita belvedere sul lago di Alleghe.

Il sentiero C.A.I. 569 è la via normale per il monte Fertazza ed è caratterizzato da un susseguirsi di tornanti immersi tra le fitte aree boschive delle dolomiti bellunesi. Circondati da un silenzioso anfiteatro di abeti, iniziamo la nostra passeggiata sul monte Fertazza. In un certo senso, la giornata non era l’ideale per via di un meteo alquanto instabile. Tuttavia, la voglia di voler fare un trekking al cospetto del monte Pelmo e del monte Civetta era irrefrenabile. Pertanto, alla prima occasione ci siamo lanciati in questa nuova avventura.

Parcheggiata l’auto nei pressi degli impianti di risalita di Pescul, 1.415 metri s.l.m., superiamo un ponte in legno ben curato e adornato di fiori. Da qui, a pochi passi, possiamo già scorgere l’imbocco del sentiero ciclopedonale. In pochi minuti, attraversando il bosco di conifere, raggiungiamo un bivio: sulla destra una pila di tronchi d’albero accatastati con estrema precisione, un tipico scenario dolomitico. Invece, dalla parte opposta le indicazioni per il monte Fertazza.

Gruppo sella, vista da monte Fertazza, passeggiata sul monte fertazza da Pescul, Val di Zoldo - sentiero C.A.I. 569

Passeggiata sul Monte Fertazza: rifugio baita belvedere

Nel primo tratto del sentiero C.A.I. 569 siamo immersi nel silenzio più assoluto. Passeggiare nel bosco ascoltando il cinguettio degli uccelli, il fruscio delle foglie e lo scricchiolio dei rami rende il tutto un’esperienza magica. Respiriamo una pace speciale che solo chi è abituato alla montagna può percepire. Procediamo sul largo sentiero in ghiaia e scrutiamo la fitta vegetazione dominare tutto intorno a noi. Con stupore, a pochi metri da noi, uno scoiattolo taglia la strada in cerca di cibo e in una frazione di secondo, scompare tra gli abeti del Fertazza.

Per circa un’ora e mezza percorriamo il lungo serpentone nel bosco. Il sentiero è poco esposto, pertanto, nelle prime ore non offre scorci di paesaggio né vedute entusiasmanti. Eppure, una volta raggiunta la prateria alpina, lo scenario inizia a cambiare del tutto. Anche se, a causa di una nebbia persistente, non riusciamo ad ammirare il monte Pelmo. D’altronde, questa è una delle escursioni più note per i panorami dall’alto sui massicci delle dolomiti. Ma in questa occasione non abbiamo così tanta fortuna e per godere di un balcone sulle valli circostanti dobbiamo aspettare di raggiungere il rifugio baita belvedere a 2.100 metri s.l.m.

La passeggiata sul monte Fertazza, infatti, prende una svolta piacevole una volta superato il rifugio baita belvedere. Ciò non tanto per i panorami, sempre celati da una nebbia persistente, ma piuttosto per il paesaggio alpino talvolta anche illuminato da un raggio di sole. Procediamo per la prateria e dopo il primo rifugio, cominciamo a salire sui pendii che in inverno diventano piste da sci. Questo è il tratto più duro. Con una pendenza significativa, conquistiamo la meta in circa un’ora: il rifugio baita belvedere e cima Fertazza.

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Il belvedere: cima Fertazza

Una delle attività più piacevoli da fare in montagna è spegnere il cervello ed entrare in uno stato di quiete. Quell’indescrivibile sensazione di calma che riempie il corpo e conduce ad un rilassamento totale. È questo il motivo principe di un’escursione o di una passeggiata nella natura. Ad ogni passo, la mente sorvola sulle piccolezze della vita ed entra in una sorta di simbiosi con l’ambiente. Ed è questa la sensazione provata in questa passeggiata sul monte Fertazza.

Il panorama da cima Fertazza, a quota 2.101 metri s.l.m. è mozzafiato, nonostante i fitti banchi di nebbia sparsi. Qui la croce di vetta è immersa in un candido scenario e per sfondo si innalzano le pareti scoscese del monte Civetta. Ai suoi piedi, il lago di Alleghe, un bacino idrico con un’origine singolare. Infatti, la sua nascita è avvenuta quando dal Piz si creò un’immensa frana nel 1.771.

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Lago di Alleghe: la leggenda del drago

Nei secoli scorsi si narra che il Col di Lana fosse dimora di un drago alato. Questo leggendario essere, maestoso e temibile, fu intrappolato nella montagna dal Pievano di Livinallongo. Inoltre, si credeva che il monte fosse anche la porta dell’inferno per via delle incessanti eruzioni vulcaniche.

Purtroppo, la creatura mitologica in uno spazio così ridotto e non potendo più sputare fuoco, iniziò ad avere delle terribili convulsioni che provocarono un mostruoso terremoto. Tutto questo scatenò l’orribile frana dal Monte Piz che occluse la via al torrente. Da questa frana nacque infine il lago di Alleghe.

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Il monte Civetta e il ristoro rifugio belvedere

Dal punto più elevato del monte Fertazza, ammiriamo gli sprazzi di paesaggio che ad intervallo rispuntano dalla nebbia. Le Dolomiti hanno un qualcosa di così straordinario da incantare anche con il maltempo. Immortaliamo così qualche momento lì in vetta e, infine, precediamo verso il rifugio baita belvedere. Dopo un’escursione di alcune ore il miglior modo per riprendere le forze è con un bel piatto di polenta calda accompagnato da un boccale di birra fresca.

Al cospetto del monte Civetta, seppur per lo più coperto dalla foschia, prendiamo il nostro tempo per assaporare quel momento. Siamo in uno dei luoghi più affascinanti delle Dolomiti con il lago di Alleghe che a tratti mostra la sua vera forma. Dinanzi a noi, invece, i rocciosi pendii del Civetta completano uno tra gli scenari più singolari delle Alpi. Mentre, a valle, il nostro sentiero indica la via del ritorno.
Raianaraya Nature Experience

San Zeno di Montagna: Sentieri e Trekking del Ponte Tibetano sul Garda

Trekking sul Garda da Crero a San Zeno di Montagna, sentieri naturali del CAI. Un’escursione panoramica che attraversa il ponte tibetano di Pai e conduce alla frazione di Tese. Ecco il giro ad anello Crero – Pai – San Zeno di Montagna sul monte Baldo

Autore: Raianaraya Nature Experience

Garda è una meta turistica che offre molto in quanto ad attività nella natura. I sentieri sono numerosi e coprono una distanza di centinaia di chilometri tra le montagne. In particolare, nei pressi di Torri del Benaco, ha origine una fitta rete di trekking, tra cui il giro ad anello di Crero – Pai – San Zeno di Montagna. Sentieri naturali che attraversano il ponte tibetano sul Garda e scenari mozzafiato tra la vegetazione e le ampie vedute sul lago. Ecco la nostra avventura.

San Zeno di Montagna, sentieri CAI 37 e 38, Crero-Pai-Tese sul lago di Garda, Monte Baldo

San Zeno di Montagna – sentieri tra i balconi sul Garda

Situato a 680 metri s.l.m., San Zeno di Montagna gode di una posizione privilegiata e di un suggestivo balcone sul lago di Garda. Infatti, sfruttando le pendici del monte Baldo, domina sullo specchio di acqua. Ma ciò che affascina ancor più è il fitto intersecarsi di sentieri che si snodano tra le terre incontaminate e i borghi di montagna. Così, stuzzicati dai suoi scenari, decidiamo di avventurarci tra i suoi verdeggianti pendii per scoprire i segreti celati di madre natura.

Pronti per la nostra giornata di trekking, di prima mattina ci rechiamo a Crero, una piccola frazione di Torri del Benaco. Questo è il punto in cui nasce il sentiero e da cui è possibile raggiungere il ponte tibetano. Parcheggiamo l’auto in un piazzale poco prima di entrare nel paesino e, qui, iniziamo ad addentrarci tra le suggestive casupole del paese.

Crero è un borgo di poche anime. Qui, a picco sul lago di Garda, sorge la chiesa di San Siro, ossia un edificio religioso che domina la scena. Poco distante, la Pietra Grande, ovvero una roccia enorme su cui sono state incise raffigurazioni di ogni epoca sin dal neolitico. Dalla chiesetta nascono i veri sentieri che si diramano tra la vegetazione boschiva. Infatti, leggiamo le prime indicazioni del giro ad anello:

  • Crero
  • Ponte tibetano Pai
  • Pai
  • Tese
  • San Zeno di Montagna

Un percorso escursionistico che attraversa le meraviglie paesaggistiche del Garda e del monte Baldo.

ponte tibetano crero - pai verso San Zeno di Montagna sentieri CAI 37 - 38 sul lago di Garda

Ponte tibetano sul Garda: Crero – Pai

Il primo tratto del sentiero è su sterrato e per dieci minuti affaccia su un balcone naturale. Infatti, ogni passo è accompagnato da un paesaggio mozzafiato dominato dal lago di Garda. Lasciamo Crero alle nostre spalle e procediamo percorrendo agevoli sali e scendi nel bosco. In circa mezz’ora raggiungiamo il ponte tibetano. Pai è ancora distante, ma il nostro obiettivo è San Zeno di Montagna. Sentieri del genere sono un tocca sana sia per l’energia in grado di trasmettere sia per la natura e i suoi scenari incontaminati.

Il ponte tibetano è totalmente in metallo e connette Crero a Pai attraverso il bosco. La struttura è moderna e funge da palcoscenico sul Garda. Superiamo il ponte e proseguiamo il nostro trekking. Dopo appena dieci minuti siamo già al bivio di Pai – San Zeno di Montagna. Sentieri del CAI connettono i due borghi, così imbocchiamo la via a destra verso Tese prima e San Zeno poi. Questo tratto escursionistico è segnato dal CAI con il n.38 ed è di difficoltà E- Escursionistico.

Segnavia sentiero cai n. 38 Pai - San zeno di Montagna, sentieri del Garda

Il percorso naturalistico è rilassante anche se a tratti impegnativo. Il sentiero CAI n.38 è quasi interamente inglobato in una lussureggiante vegetazione. Inoltre, verso la fine di settembre, è silenzioso e offre una pace inspiegabile.

Procediamo sulla nostra via per circa un’ora prima di raggiungere Tese, ossia una minuscola frazione ai piedi di San Zeno di Montagna. Qui incontriamo un’anziana coppia. Lui seduto su una sedia a scrutare i pensieri della sua mente. Lei sorridente, accoglie il nostro saluto e ci chiede dell’escursione. Dopo una breve conversazione, ci augura una buona passeggiata e saluta. Noi con entusiasmo ricambiamo e continuiamo la nostra salita verso la meta.

balcone panoramico San Zeno di Montagna, sentieri CAI 37 e 38, trekking sul Garda

Da Tese a San Zeno di Montagna – il belvedere sul lago di Garda

Una volta a Tese, arrivare a San Zeno di Montagna è un gioco da ragazzi. Infatti, in poco meno di quindici minuti siamo già nel paese a comprare due panini. Per la pausa pranzo decidiamo di usufruire della magnifica vista sul lago di Garda e mangiare nei pressi del belvedere di San Zeno di Montagna.

Il balcone panoramico sembra affacciare su un paesaggio fantastico: una vegetazione di un verde acceso, un bacino idrico di un blu oltremare e un promontorio a fare da sfondo. In fin dei conti, un’ottima ricompensa per degli escursionisti impegnati in un trekking di diverse ore.

chiesa di San Siro, Crero, sentiero CAI 38 Pai - San Zeno di Montagna, trekking sul lago di Garda

Soddisfatti del premio, ricominciamo a camminare. Intraprendiamo l’ultima parte della nostra escursione svoltando a lato del ferramenta di San Zeno di Montagna. Rispetto all’andata, questa via segnata è più agevole e alcuni tratti sono su strada asfaltata.

Percorriamo il sentiero che scende verso valle con estrema tranquillità. Siamo leggermente stanchi, ma soddisfatti di ciò che la giornata ha saputo offrirci. Così, concludiamo il nostro trekking sul Garda spuntando di nuovo dinanzi alla chiesetta di San Siro. Qui si chiude il giro ad anello e così, anche una tra le escursioni più affascinanti sul monte Baldo.
Raianaraya Nature Experience

Rocca di Garda – Eremo di San Giorgio: Passeggiata da Garda con panorama sul lago

Passeggiata da Garda tra i sentieri naturalistici del lago. Un’escursione adatta a tutti alla scoperta della Rocca di Garda e dell’Eremo di San Giorgio.

Dal caratteristico borgo di Garda ha origine un sentiero naturalistico che conduce sul monte San Giorgio. Qui un tempo sorgeva l’antica vedetta anche nota come Rocca di Garda. Oggi il castello è svanito e le uniche testimonianze della sua presenza sono custodite negli archivi storici. Nei pressi del belvedere sul lago di Garda nasce anche un luogo di culto eretto dai monaci benedettini camaldolesi, ossia l’Eremo di San Giorgio. Questo tempio di pace è immerso nella natura ed è adagiato nel punto più elevato del promontorio. Ecco una passeggiata da Garda attraverso il quale poter ammirare scorci di paesaggio indimenticabili.

La leggenda di Adelaide e della Rocca di Garda

La Rocca di Garda è un balcone panoramico che affaccia sull’immenso lago di Garda. Dell’antico forte oggi non vi è più traccia e al suo posto vegetazione e natura hanno preso il sopravvento. Eppure, raggiungere la cima del monte San Giorgio è un’esperienza da vivere sia per i sentieri naturalistici sia per l’esclusivo panorama che offre dall’alto.

Si narra che nel X secolo d.C. Adelaide, figlia di Rodolfo II di Borgogna e Berta di Svevia, fu imprigionata dopo aver rifiutato di sposare Adalberto II. Quest’ultimo era il figlio di colui che aveva assassinato suo marito, ossia Berengario II che avvelenò l’allora Re d’Italia, Lotario I. Rinchiusa tra le mura della fortezza, la regina non si perse d’animo e continuò a cercare una soluzione per fuggire dalla Rocca di Garda finché non vi riuscì.

Dopo mesi di prigionia, aiutata da un pescatore e un frate, la giovane donna riuscì a scappare sotto copertura e a raggiungere la rocca di Canossa. Qui ella chiese aiuto ad Ottone I che si lanciò all’attacco dell’usurpatore del trono d’Italia. Infine, Adelaide e Ottone I si unirono in matrimonio acquisendo il titolo di Regina e Re di Francia e d’Italia.

passeggiata da Garda, sentiero naturalistico per Rocca di Garda ed Eremo di San Giorgio

Passeggiata da Garda verso l’antica Rocca di Garda

La leggenda ancora oggi aleggia su questo pizzo roccioso che custodisce il lascito di antiche imprese. Ma ciò che meraviglia di più è il paesaggio naturalistico che incanta chiunque lo osservi. Per questa ragione, una volta giunti in questo angolo di paradiso, sarebbe un peccato rinunciare ad un’escursione così affascinante. Ecco quindi come arrivare alla Rocca di Garda affrontando una passeggiata da Garda.

La passeggiata da Garda che porta alla Rocca di Garda e all’Eremo di San Giorgio ha origine nei pressi del cimitero di Garda. Difatti, la nostra escursione è iniziata proprio da qui. Inoltre, siamo stati fortunati nell’aver trovato un parcheggio libero gratuito a lato del cimitero. Così, abbiamo lasciato l’auto e abbiamo cominciato a salire sulla via principale.

Seguendo la segnaletica per la Rocca di Garda e l’Eremo di San Giorgio, abbiamo affrontato il primo tratto di strada asfaltata che passa vicino al sentiero della statua della Madonna del Pign. Abbiamo continuato a salire costeggiando alcuni vigneti e siamo giunti ad un bivio. La segnaletica indicava due direzioni opposte, a sinistra la nostra via, a destra un percorso ad anello per EE – Escursionisti Esperti. Senza esitazione, abbiamo seguito verso la rocca.

Il sentiero è attrezzato con degli scalini artificiali in legno. Probabilmente, questo passaggio aiuta i visitatori a percorrere il sentiero anche nei periodi più freddi. Una volta entrati nel bosco siamo stati travolti dalla lussureggiante vegetazione. Durante il mese di settembre la flora locale è rigogliosa e un clima più mite agevola le escursioni. Infatti, siamo stati accolti da un luminoso paesaggio verdeggiante che ci ha accompagnato fino a poco prima di raggiungere la Rocca di Garda.

veduta dalla statua della madona di Pign, passeggiata da Garda sul sentiero verso Rocca di Garda e Eremo di San Giorgio

Sentiero per l’Eremo di San Giorgio

Ignari di cosa potesse realmente essere la Rocca di Garda, abbiamo raggiunto l’altopiano situato sulla sommità del promontorio. Qui, in cerca di tracce delle antiche rovine, abbiamo vagato tra gli alberi e gli arbusti nel vano tentativo di intravedere le mura del forte. Chiaramente, essendo stato demolito in tardo medioevo, la nostra ricerca non ha portato ad alcuna scoperta. Ma in compenso, abbiamo potuto ammirare l’incredibile balcone naturale su Garda e Torri del Benaco.

Il panorama è mozzafiato e ha tratti simili alle vedute che si susseguono percorrendo il sentiero degli dei sulla Costiera Amalfitana. Abbiamo esplorato l’area incuriositi e affascinati dalla località, abbiamo immortalato alcuni istanti sul promontorio. Infine, una volta completata la perlustrazione, abbiamo percorso un breve tratto a ritroso per imboccare il sentiero che conduce all’Eremo di San Giorgio.

L’Eremo di San Giorgio è un edificio sacro appartenente all’ordine dei monaci benedettini camaldolesi. Fondato nel 1663, l’eremo è adagiato nell’entroterra del lago di Garda a pochi chilometri da Bardolino. Ad oggi risiedono circa una dozzina di monaci al suo interno e talvolta è meta di uomini in cerca di ritiro spirituale e pace.

passeggiata da Garda all'eremo di San Giorgio - percorso escursionistico da Rocca di Garda

Eremo di San Giorgio

Dalla Rocca di Garda abbiamo raggiunto l’Eremo di San Giorgio in circa quindici minuti. Il sentiero taglia in mezzo alla vegetazione e si apre verso la fine dove vi è una cappella. Una volta qui, ecco un viale pullulante di maestosi cipressi che accompagna fino ai cancelli dell’edificio sacro. L’eremo è aperto solo un paio d’ore al mattino e un paio d’ore il pomeriggio, pertanto, non abbiamo potuto visitarlo. Ma affrontare questa escursione ne è valsa di sicuro la pena.

Difatti, questa passeggiata da Garda è completamente immersa nella natura e per la maggior parte del tempo è scandita dal fruscio delle foglie e dallo scricchiolio dei rami che si spezzano al nostro passaggio. Un’esperienza rigenerante che permette di esplorare lo sbalorditivo panorama della Rocca di Garda e rivivere il silenzio e la pace tipici di un eremo come quello di San Giorgio. Tutto questo contornato dalla magnifica visione del lago di Garda.
Raianaraya Nature Experience

Passeggiata del lago di Ledro – Valle di Ledro in Trentino

Passeggiata del lago di Ledro: a piedi e in bici. Nella valle di Ledro sorge un lago racchiuso tra i pendii delle Alpi Ledrensi. Famoso per essere tra i più belli della regione, il lago di Ledro è una perla del Trentino.

Autore: Raianaraya Nature Experience

Incastonato tra le verdeggianti Alpi Ledrensi del Trentino, sorge un bacino situato a pochi passi da Riva del Garda. Qui, con uno scenario alpino da sfondo, ha origine uno straordinario lungolago che conduce da Molina di Ledro a Pieve di Ledro. La passeggiata sul lago di Ledro è un’escursione facile da poter affrontare a piedi o in bici. Ma dove si trova la valle di Ledro?

La valle di Ledro è una perla del Trentino che vanta una biosfera naturalistica e un patrimonio storico-culturale tutelati anche dall’UNESCO. Adagiata tra il lago di Garda e le Dolomiti, questa oasi naturalistica si trova a meno di mezz’ora di auto da Riva del Garda. La valle è anche conosciuta per le palafitte risalenti all’Età del Bronzo. Infatti, questi reperti dal 2021 sono riconosciuti come patrimonio dell’umanità.

passeggiata lago di ledro spiaggia in trentino

Passeggiata del lago di Ledro, spiaggia e percorso

Il lago di Ledro è facilmente raggiungibile da Limone e Riva del Garda, ma nel nostro caso, abbiamo imboccato la strata statale da Pregasina. Infatti, ci siamo diretti al lago dopo aver affrontato un sentiero panoramico vicino Riva del Garda sulle Alpi del Ledro e solo dopo aver conquistato Cima Larici e il suo belvedere.

Giunti a Molina di Ledro, abbiamo parcheggiato l’auto nei pressi della spiaggia del lago di Ledro. Vista la fame, abbiamo prima optato per un pranzo e poi ci siamo lanciati in questa passeggiata lungolago. Ecco gli step di questo percorso:

  • Molina di Ledro
  • Museo delle Palafitte del lago di Ledro
  • Lago di Ledro, spiaggia Besta
  • Mezzolago
  • Spiaggia Mezzolago Ledro
  • Spiaggia Pieve di Ledro

A Molina di Ledro si trova il museo delle palafitte, ossia un centro culturale dove sono custoditi reperti risalenti all’Età del Bronzo. Noi abbiamo desistito per via delle tempistiche e abbiamo continuato con il nostro itinerario. La passeggiata sul lago di Ledro è semplice e presenta un dislivello inferiore ai 50 metri. Inoltre, sono molti i ciclisti che percorrono questa strada. Infatti, data la buona condizione del manto stradale, questo percorso è adatto anche alle mountain bike.

Il lungolago vanta delle spiagge di modeste dimensioni che permettono di trascorrere del tempo in relax tra le Alpi del Ledro. L’acqua cristallina e la natura incontaminata regalano momenti di pace in uno scenario contornato da montagne e vegetazione. La passeggiata è lunga circa 4 chilometri e abbiamo impiegato meno di un’ora per raggiungere Pieve di Ledro.

passeggiata del lago di Ledro in Trentino, valle di Ledro

Giro del lago di Ledro, valle di Ledro

Il bacino più vasto della Val di Ledro è interamente costeggiato da vie ciclabili e da strada asfaltata. Pertanto, oltre alla semplice passeggiata, il lago di Ledro offre alternative più entusiasmanti. Ad esempio, il giro del lago è un itinerario per lo più ciclabile che costeggiando le sponde ricopre l’intero perimetro dello specchio d’acqua. Al contempo, affrontare delle distanze più lunghe a piedi permette di osservare con più attenzione la natura circostante.

In questo caso, una volta giunti a Pieve di Ledro, il percorso prosegue dalla parte opposta oltrepassando il torrente Massangia. L’itinerario è facile come nel primo tratto, ma attraversa una zona più silenziosa. La distanza totale da Molina di Ledro per chiudere l’anello è di circa 9 chilometri. In fin dei conti, questa è una passeggiata rilassante in una delle valli più affascinanti del Trentino e delle Alpi Ledrensi.
Raianaraya Nature Experience

Sentiero panoramico Riva del Garda: Pregasina – Punta Larici sul Lago di Garda

Pregasina – Punta Larici è un sentiero panoramico vicino Riva del Garda che affaccia sulle acque cristalline del Lago di Garda. Ecco un trekking facile che si intreccia con l’anello di Limone sul Garda.

Autore: Raianaraya Nature Experience

Il Lago di Garda è lo specchio d’acqua più grande d’Italia. Le sue sponde brulicano di borghi medievali bagnati da acque cristalline. Per questo, un gran numero di turisti è così attratto dal bacino che ogni anno ritorna qui per trascorrere le vacanze in pieno relax. Riva del Garda è di sicuro uno dei borghi più frequentati e vivaci della zona. Inoltre, situato ai piedi delle montagne trentine, il borgo offre diverse opzioni escursionistiche, dalle più facili alle più complesse. Tra le diverse possibilità, Pregasina – Punta Larici è un sentiero panoramico vicino Riva del Garda che termina con un balcone naturale sulle splendide acque del lago.

Adagiata sulle sponde Nord del Lago di Garda, Riva del Garda è una Miami in miniatura che pullula di appassionati di windsurf e Kite surf. In particolare, da maggio a settembre, lo sport acquatico conquista la scena e rende il tutto alquanto pittoresco.

Al contempo, ciclismo ed escursionismo sono parte integrante della vita locale, infatti, chiunque ne approfitta per esplorare la natura selvaggia e incontaminata. Questo è ciò che è successo anche a noi! Finalmente liberi da impegni, siamo partiti per visitare il bacino idrico e immergerci in questa nuova avventura.

Sentiero panoramico Riva del Garda – come arrivare

Pregasina è un borgo montano situato a pochi chilometri da Riva del Garda. Per raggiungere il paesino basta seguire le indicazioni per la Val di Ledro. Infatti, noi siamo giunti senza problemi a destinazione in poco più di10 minuti e abbiamo parcheggiato l’auto nel piazzale sottostante alla chiesa di San Giorgio in Pregasina.

Questo è il punto ideale per la partenza poiché vicino al primo segnavia per il sentiero. Dal parcheggio di Pregasina abbiamo raggiunto la chiesa, ossia il luogo da cui parte il trekking panoramico Pregasina Punta Larici. Attenzione, non fatevi ingannare dalle tempistiche della segnaletica, più di una volta sono errate.

Ad ogni modo, abbiamo imboccato il sentiero panoramico vicino Riva del Garda intorno alle 8 del mattino. Il meteo a Riva del Garda era incerto e il sole stentava a filtrare tra gli strati di nuvole. Eppure, abbiamo intrapreso l’escursione con entusiasmo lanciandoci in questa avventura carichi e motivati. Il primo tratto è in cemento e prosegue così fino a Bocca Larici.

Questa via è percorribile anche in mountain bike, infatti, sono tanti i ciclisti che abbiamo visto salire. Nei primi metri di cammino abbiamo potuto ammirare la splendida costa del lago di Garda con i suoi vertiginosi strapiombi. Il bacino costellato di centinaia di vele sembrava un dipinto su tela e ricordava in qualche modo scene dell’oceano. Infatti, come in Australia, i surfisti occupavano ogni spazio a disposizione nell’acqua per sfruttare le onde e le correnti più vantaggiose.

Ciclamino sul sentiero Pregasina - Punta Larici, Lago di Garda

Da Pregasina a Punta Larici: il percorso nel bosco

Il nostro itinerario Pregasina – Punta Larici prevedeva queste tappe:

  • Pregasina
  • Bocca Larici
  • Punta Larici
  • Malga Palaer

Quest’ultima solo se il tempo avesse tenuto. Pertanto, avremo dovuto cominciare con il seguire per Bocca Larici e conquistare Punta Larici. Infine, se tutto fosse andato secondo i piani, avremmo potuto raggiungere Malga Palaer. Per arrivare a Bocca larici abbiamo affrontato il tratto in cemento per poi immergerci nel bosco.

In pratica, si può arrivare a Punta Larici per tre vie differenti, ma collegate tra loro. Il primo è il più semplice ed è sulla pista ciclo-pedonabile. Il secondo sentiero segue il bosco tagliando tra la vegetazione e attraversando in alcuni punti la ciclabile. Infine, a circa metà del percorso panoramico nasce il sentiero EE, per Escursionisti Esperti che sale sulle Alpi di Ledro attraversando la cresta di Pregasina.

Noi abbiamo optato per la seconda e abbiamo attraversato il bosco salendo per le rocce e i canaloni che per chi volesse conducono fino a Passo Rocchetta. Il sentiero nella vegetazione è silenzioso e al mattino nei giorni infrasettimanali è deserto. Abbiamo percorso le pendici in piena armonia con la natura osservando gli alberi, i tronchi, le foglie, i rivoli e le rocce lungo il sentiero. Così, in circa due ore, raggiungiamo una destinazione inaspettata.

il fontanile della malga palaer, punta larici, lago di Garda

Arrivo alla Malga Palaer

Siamo giunti ad uno scollinamento dopo un paio d’ore di salita. Qui ci siamo ritrovati davanti ad una fontana. Poco più distante, abbiamo notato un casale in legno circondato da un prato verde. Così, ci siamo avvicinati per capire cosa fosse e dove fossimo giunti. Il sentiero è ben segnato lungo tutta la via, ma ad ogni modo, talvolta, qualcosa può sfuggire all’occhio; e In effetti, avevamo proseguito su per il bosco perdendo di vista la direzione giusta, giungendo a quella che doveva essere solo una meta secondaria, ossia la Malga di Palaer.

Increduli e soddisfatti abbiamo intrapreso il sentiero in sterrato che conduce a Bocca Larici. Dalla Malga di Palaer, 1,169 metri s.l.m. abbiamo cominciato a scendere verso Larici. In effetti, avevamo raggiunto già la meta più elevata e ora ci toccava tornare indietro. Da Pregasina a Punta Larici, la via normale non prevede il tratto conclusivo che noi abbiamo affrontato.

Questo perché dalla Malga di Palaer si può proseguire verso il Passo Rocchetta che si raggiunge in poco più di un quarto d’ora. Nel nostro caso, prima o dopo poco contava. Così abbiamo raggiunto Bocca Larici e infine, Punta Larici. Quest’ultimo tratto è molto esposto, ma a meno che non si soffra di vertigini è adatto a tutti.

Punta Larici, cima Larici da Pregasina, escursione sulle Alpi del Ledro

Punta Larici e la veduta sul lago di Garda

Giunti al termine del sentiero panoramico, Riva del Garda appare straordinaria. Punta Larici è uno spiazzo in roccia che si apre verso il lago di Garda. Adagiato nella Val di Ledro e tra le Alpi di Ledro, questo balcone panoramico è immerso nella natura e offre uno degli scenari più affascinanti della zona.

Qui il lago di Garda risplende di luce propria mentre le pareti rocciose sprofondano verso valle e incantano per le connessioni che instaura con la natura. Il belvedere è una ricompensa pazzesca che supera ogni aspettativa e anche noi, a tale visione, siamo stati sopraffatti da cotanta bellezza.
Raianaraya Nature Experience

Via Napoleonica – Belvedere Trieste

La via Napoleonica o via vicentina è un percorso panoramico con un ampio belvedere su Trieste. La passeggiata, inaugurata nel 1830, vive nella leggenda. Questa è la nostra esperienza sulla strada napoleonica.

Autore: Raianaraya Nature Experience

La via vicentina, meglio nota come via Napoleonica, è un percorso panoramico con un belvedere su Trieste. La passeggiata, lunga circa quattro chilometri, costeggia le rocce carsiche su un sentiero in falso piano in discesa. Il punto di partenza è Opicina, ossia il borgo triestino noto per il maestoso obelisco che segna il cancello della strada napoleonica. Infatti, da qui ha inizio un cammino impregnato di leggenda che affascina con i suoi ampi scorci sul golfo di Trieste.

Una leggenda vuole che la via napoleonica fosse stata inaugurata dalle truppe napoleoniche. Eppure, con maggiore probabilità, è più convincente la storia che si cela dietro alla via vicentina e al suo nome. Infatti, questo è anche il nome dell’ingegnere che ha progettato suddetta strada, ossia Vicentini. Pertanto, è plausibile che questa sia la fonte più accreditata. Ad ogni modo, un alone di mistero ancora permane sulla strada e le sue origini.

Trieste in un primo momento non era parte del nostro itinerario di bordo. Infatti, l’ultima regione nel nostro viaggio on the road doveva essere il Trentino Alto Adige. Eppure, a causa del meteo incerto e di condizioni atmosferiche quasi invernali, abbiamo dovuto desistere e cercare soluzioni alternative. Un belvedere a Trieste e la strada napoleonica non erano che silenziose e lontane entità distanti dai nostri pensieri. Ma dopo un’attenta analisi meteorologica, il Friuli Venezia Giulia sembrava presentarsi come la destinazione migliore. Così, ci siamo recati sul Carso per trascorrere gli ultimi giorni in viaggio tra le montagne in Italia.

via napoleonica da Opicina a Prosecco

Friuli Venezia Giulia, dalla Val Rosandra alla Via Napoleonica

Raccogliendo le ultime forze, ci siamo lanciati nell’ultima impresa del nostro viaggio sulle Alpi on the road. La prima meta del Friuli è stata la Riserva Naturale della Val Rosandra. Qui abbiamo potuto ammirare gli scenari del monte Carso e affrontare un’escursione nella natura al confine tra la città di Trieste e la Slovenia. Mentre, il giorno seguente, abbiamo percorso la via Napoleonica, un sentiero panoramico che ha origine dal borgo di Opicina e conduce alla frazione di Prosecco.

L’inizio della strada napoleonica è caratterizzato dal noto obelisco di Opicina, ossia un monumento inaugurato in onore dell’imperatore Francesco I. Giungendo al piazzale commemorativo, in auto o in bus, chiunque può affrontare questo tratto di strada con panorama su Trieste. Nel nostro caso, abbiamo parcheggiato l’auto nei pressi dell’obelisco in un parcheggio gratuito. Da qui abbiamo seguito la strada fino al belvedere di Trieste dove abbiamo iniziato la nostra passeggiata napoleonica.

Il meteo di Trieste era incerto, ma il desiderio di portare a termine questa avventura vinceva sopra ogni paura. Così, senza timore, siamo partiti per la nostra via napoleonica e in buona compagnia abbiamo iniziato a muovere i primi passi su questo suolo leggendario. Al principio, ci siamo accorti subito di alcune targhe di metallo. Placche in acciaio che segnalano le varie tappe della via napoleonica. Infatti, ad ogni intervallo di alcune centinaia di metri, queste scandiscono i chilometri del percorso panoramico.

falesia, parete alpinistica strada napoleonica belvedere Trieste

Belvedere Trieste e la falesia

La strada napoleonica prosegue adagio tra la lussureggiante vegetazione e le rocce carsiche per 3,7 chilometri. Abbiamo camminato poco più di mezz’ora prima di raggiungere la fine del sentiero in ghiaia e immetterci nella coda del percorso. Il tratto finale della via è ricavato dalla roccia e da ciò hanno avuto origine alcune delle rinomate pareti di arrampicata della falesia. Queste sono parte di una costa rocciosa con pareti a strapiombo sul golfo di Trieste.

Palestra di arrampicata naturale, la falesia affascina per la sua storia e le caratteristiche pendenze a picco. Qui sorge il monumento ai caduti in onore di Enzo Cozzolino. L’alpinista triestino ha rivoluzionato il modo di arrampicare in Europa, perdendo la vita a soli 24 anni. Questo memoriale serve da monito all’uomo, in quanto la natura è selvaggia e va rispettata. Al contempo, il belvedere di Trieste, il percorso panoramico e la falesia si fondono in un unico scenario mozzafiato. Dalle pareti di arrampicata il golfo di Trieste è nitido e risplende con la luce dei raggi del sole.

Abbiamo ammirato con entusiasmo le aspre e scoscese rocce carsiche. In quel frangente, solo pochi si cimentavano nella scalata della parete. In effetti, il tempo non era dei migliori e gli alpinisti avranno preferito evitare ogni dubbio. Il silenzio del momento, il panorama a 180° e la pace della via napoleonica donavano un tocco di magia.

D’altronde, se la strada è avvolta dalla leggenda, le ragioni devono risiedere anche nell’atmosfera che si respira qui, a pochi passi dall’incantevole castello di Miramare. Prima di lasciare il sentiero, abbiamo visitato il tempio mariano di Monte Grisa, un’architettura moderna che si può scorgere dal lungomare di Trieste. Denominato durante la giornata come un trapezio isoscele, questa creazione cristiana sfigura la città di Trieste dall’alto della montagna.

Castello di Miramare, parco Trieste, belvedere, passeggiata

Il Castello di Miramare – Trieste

Finalmente, abbiamo lasciato la via napoleonica e ci siamo recati verso il principesco castello di Miramare. Questo è un capolavoro di architettura e botanica che concilia arte e natura, custodendo numerose piante tropicali. La meraviglia di questa opera ha cancellato il nostro palese disgusto per il tempio mariano appena visitato.

Così ci siamo lanciati nell’esplorazione di questo splendore architettonico voluto da Massimiliano d’Asburgo nel 1855. Il progetto affidato ad un ingegnere austriaco riprende le forme e i tratti indistinti viennesi. Inoltre, il parco di Miramare custodisce un ecosistema in cui sopravvivono numerose specie di piante tropicali. Infatti, una passeggiata nella residenza asburgica è il modo migliore per poter osservare queste rarissime varietà floreali.

Il castello di Miramare presenta un molo da cui poter scrutare l’orizzonte e ammirare il golfo. Infatti, questo è uno dei più suggestivi belvedere di Trieste ed è contornato di vegetazione, cormorani, cigni e soprattutto dall’Adriatico. Il nostro viaggio on the road è terminato proprio qui, nell’esatto opposto da cui era cominciato. Miramare e la via napoleonica segnavano la fine del nostro itinerario on the road sulle Alpi.

Questo viaggio è iniziato in Val d’Aosta, al cospetto del Monte Bianco ed è giunto alla conclusione in Val Rosandra, nella città di Trieste. In 14 giorni abbiamo percorso oltre 2.000 chilometri a bordo del nostro van, esplorando le Alpi in lungo e largo. Un’avventura che resterà impressa nella nostra mente per tutta la vita. Mentre, il castello di Miramare è la tappa finale.
Raianaraya Nature Experience

Trekking Val Rosandra – sentiero dell’amicizia e CAI 1

Trekking in Val Rosandra lungo il sentiero dell’amicizia e il CAI 1. Un viaggio nella natura di Trieste al confine con la Slovenia esplorando le località montane del Carso

Autore: Raianaraya Nature Experience

La Riserva Naturale della Val Rosandra-Dolina Glinščice è adagiata in Friuli Venezia Giulia, a pochi chilometri da Trieste e a confine con la Slovenia. Qui si elevano il monte Carso e l’altopiano di San Servolo, ossia i maggiori rilievi di origine carsica del comprensorio. Inoltre, tra i dolci pendii si snodano diversi trekking in Val Rosandra come il sentiero CAI 1 e il sentiero dell’amicizia.

La valle ospita scenari naturalistici tutti da vivere nei numerosi trekking della Val Rosandra. La nostra esperienza è avvenuta lungo il sentiero CAI 1, che si interseca con il noto sentiero dell’amicizia. Entrambi percorsi escursionistici adatti a chiunque che conducono nella natura selvaggia a pochi passi da Trieste.

Il paesaggio carsico della Riserva Naturale ospita una flora e una fauna variegata. Difatti, nonostante le modeste dimensioni, la natura selvaggia domina incontrastata. Qui vegetazione e fauna coesistono in estrema simbiosi. Il torrente Rosandra scorre placido e con la cascata e le sorgenti stagionali delineano un quadro suggestivo.

Inoltre, le querce secolari immerse nei boschi di conifere si alternano a ghiaioni di origine detritica scolpendo i sentieri che si insediano nella valle. Questo è il sentiero dell’amicizia e in generale, quel che si può ammirare in un trekking in Val Rosandra. Ecco la nostra esperienza.

panorama dalla vedetta di moccò, val rosandra

Il Rifugio Mario Premuda

Il nostro trekking in Val Rosandra inizia in località Dolina, nei pressi del rifugio Mario Premuda. Quest’ultimo è anche il rifugio montano più basso d’Italia a soli 70 metri s.l.m. Parcheggiando l’auto nel piazzale di fronte al rifugio imbocchiamo il sentiero CAI 1 in direzione Vedetta di Moccò.

Subito attraversiamo un ponte in legno e ci immergiamo nel bosco. Seguiamo il sentiero fino a raggiungere un rivolo d’acqua dove ci imbattiamo stupiti nella pittoresca danza di alcune delle creature più affascinanti del parco: le damigelle blu.

In prossimità di corsi d’acqua immersi nella vegetazione, può capitare di imbattersi in questi insetti svolazzanti. Le damigelle appartengono allo stesso ordine degli odonati, ossia alla stessa famiglia delle libellule. Eppure, esse sono più antiche e le loro prime tracce fossili risalgono a milioni di anni prima della comparsa dei dinosauri.

Solo sull’ itinerario della ciclopista del Brenta era capitato di avvistarle prima. Esseri graziosi e leggeri che volteggiando in aria danno vita ad uno spettacolo incantevole. Le osserviamo posarsi da una foglia all’altra e riprendiamo la nostra strada.

trekking val rosandra, damigella blu insetto

Vedetta di Moccò: trekking Val Rosandra

Dalla fonte d’acqua incantata e abitata da fate blu, proseguiamo verso la prima meta: la Vedetta di Moccò. Impieghiamo circa 45 minuti per raggiungere questa località. Il caldo torrido e l’umidità tra la lussureggiante vegetazione non aiutano, ma il panorama supera di molto le aspettative.

Il sentiero CAI 1 ci conduce a un balcone sulla Val Rosandra dove incontriamo un anziano della zona che gentilmente ci racconta della conformazione montuosa e dei sentieri da poter seguire. La vedetta di Moccò è un punto panoramico eretto come un anfiteatro in miniatura che affaccia sulla parte settentrionale della valle. Da qui è possibile ammirare il monte Carso, il torrente e la valle che si estende fino all’orizzonte.

Come rapiti dalla visione, ci fermiamo a scrutare questa meraviglia della natura che con un cielo limpido e sereno, è illuminata dal sole. Questo trekking in Val Rosandra è solo all’inizio, ma sembra voler regalare più emozioni del normale. Vogliamo lasciare che il sentiero CAI 1 prenda il sopravvento e ci guidi tra le verdeggianti pareti carsiche del Friuli Venezia Giulia.

Ripercorriamo il breve tratto in pianura che ci aveva portati alla vedetta e imbocchiamo la strada asfaltata passando a pochi metri dal cimitero. Adesso saliamo per raggiungere la pista ciclo pedonabile Giovanni Cottur. Questa ciclopista ha origine a San Giacomo e sale fino alla Riserva naturale della Val Rosandra per giungere infine a Draga Sant’Elia. Noi la percorriamo per circa mezz’ora come da itinerario.

panorama vedetta di moccò val rosandra

Sentiero dell’amicizia – Arrivo a Bottazzo

Raggiunta la Ciclopista Giovanni Cottur proseguiamo verso destra, in direzione Bottazzo. Questo tratto di pista è in sterrato ed è frequentata dagli amatori locali. Camminando su un leggero falso piano in salita attraversiamo un paio di gallerie scavate nella roccia. Infine, giungiamo al bivio.

Sulla destra imbocchiamo un sentiero che si snoda nel bosco. Iniziamo la nostra discesa verso il villaggio di Bottazzo. Seguiamo il sentiero dell’amicizia perdendoci nella fitta vegetazione. Passeggiare tra i verdi pendii della Val Rosandra è come esplorare una terra misteriosa dove non sai mai cosa ti può aspettare.

Infatti, dopo una discesa con una buona pendenza raggiungiamo Bottazzo, un paesino di poche anime in pieno confine con la Slovenia. Qui ogni cosa sembra essere rimasta com’era una volta. Case in pietra costruite una a fianco all’altra si immergono in uno scenario selvaggio dove la natura è l’unica ancora a dominare. Un girasole fa capolino da un piccolo giardino, poco distante uno spaventapasseri regna incontrastato e infine, un’insegna: Rifugio Premuda.

Perlustriamo il piccolo centro che a prima vista sembra essere disabitato e ci lanciamo nell’ultimo tratto del sentiero dell’amicizia, un’escursione ad anello nella Val Rosandra che in alcuni punti prende il nome di sentiero CAI 1. Proseguiamo addentrandoci nell’area boschiva e cercando di non perdere la giusta via. In tutto il percorso escursionistico sono diversi i bivi che non hanno indicazioni chiare, pertanto, sempre meglio stare attenti.

pista ciclo pedonabile trieste giovanni cottur, val rosandra

Cascata Val Rosandra e acquedotto romano

Il nostro trekking in Val Rosandra prosegue sulle pendici del monte Carso. Costeggiamo il massiccio percorrendo il sentiero dell’amicizia che diventa ghiaioso. Prima raggiungiamo la cascata del torrente della Val Rosandra, da un’altura possiamo ammirare appieno il flusso d’acqua che si riversa dalle rocce e precipita per diversi metri nel fondo della valle.

Il sentiero procede ancora per diversi metri e prima di raggiungere il rifugio Mario Premuda scorgiamo i resti di quello che era un acquedotto romano. A 10 minuti di cammino, invece, passiamo lungo dei bacini d’acqua alimentati dal torrente affollato da turisti e gente del luogo.

Infine, raggiungiamo il bivio che ci riconnette al sentiero CAI 1 e ritroviamo quel piacevole rivolo d’acqua pullulante di damigelle blu. Decidiamo di restare ancora un po’ in quel posto incantevole prima di dirigerci verso la fine del sentiero. Infondo, l’escursione era stata completata e potevamo attendere qualche altro minuto prima di andare.

Come ultima tappa ci concediamo una pausa pranzo al rifugio. Qui mangiamo e beviamo senza spendere molto festeggiando un altro traguardo: la conquista della Val Rosandra.
Raianaraya Nature Experience

Siusi allo Sciliar: giro di Laranza

Giro di Laranza con Veduta del Re: escursione ad anello a Siusi allo Sciliar, un trekking facile tra le Alpi dolomitiche del Trentino Alto Adige.

Autore: Raianaraya Nature Experience

Siusi allo Sciliar è un borgo alpino situato tra due emblematici massicci montuosi delle Dolomiti, lo Sciliar e l’Alpe di Siusi. Quest’ultimo è l’altopiano più vasto d’Europa e sovrasta la piccola località montana rendendola unica nel suo genere.

Qui le Alpi dolomitiche si elevano maestose facendo da sfondo alla località montana. Gli scenari naturalistici e i paesaggi alpini allietano lo sguardo incredulo degli ignari viandanti che passeggiano per le viuzze della piccola frazione del comune di Castelrotto, nella provincia autonoma di Bolzano.

Questa realtà alpina ci era stata consigliata da un amico e avevamo deciso di inserirla nel nostro itinerario on the road. Ormai in Trentino da alcuni giorni, avevamo lasciato alle nostre spalle l’incantevole parco naturale Adamello-Brenta e ci eravamo diretti verso questa nuova meta, alla scoperta dell’Alpe di Siusi.

Il viaggio sulle Alpi on the road era quasi giunto al termine, ma prima di concludersi aveva ancora molto da regalarci. Per questa escursione, in particolare, ci siamo voluti tuffare in un trekking ad anello facile che riuscisse a mostrarci gli incantevoli paesaggi nei dintorni di Siusi allo Sciliar: il giro di Laranza.

Itinerario Siusi allo Sciliar: giro di Laranza

Il sentiero ad anello di Laranza è un percorso nei boschi di Siusi allo Sciliar. Questa passeggiata è rinomata per la splendida Veduta del Re ed è adatta a chiunque voglia respirare un po’ aria pulita e rilassarsi nel silenzio della natura.

Per intraprendere l’escursione, abbiamo parcheggiato il nostro van nell’area di sosta adiacente agli impianti di risalita di Siusi. Il parcheggio è gratuito tutto il giorno e assolutamente sicuro. Dagli impianti sciistici abbiamo percorso le vie di Siusi allo Sciliar per circa una mezz’ora prima di raggiungere l’imbocco del giro di Laranza.

Abbiamo attraversato il caratteristico borgo alpino che merita di essere visitato per le singolari casupole in legno, la storia del luogo e la cultura centenaria. Siusi allo Sciliar è avvolto da un velo di mistero ed è sede di diverse leggende su spiriti e streghe. Soprattutto durante il medioevo, Castelrotto e le sue frazioni erano considerate terribili rendez-vous di streghe e spiriti malvagi. Questi si incontravano per svolgere misteriosi rituali e divulgare antiche letture demoniache.

Giro di laranza, anello veduta del Re

La leggenda del sasso delle streghe

Nei pressi del lago di Fiè, poco distante da Siusi allo Sciliar, si trova una roccia leggendaria nota a tutti come il Sasso delle Streghe. Un masso con una forma allungata ricoperta da muschio brillante. Sulle pendici di queste Alpi dolomitiche, si narra che le streghe si incontrassero su di questo sasso. Qui, nelle notti più oscure, le demoniache donne danzavano e gridavano per portare a termine i loro rituali.

Tra la gente locale girano voci che un tempo, il parroco di Fiè allo Sciliar, decise di recarsi al sasso per riposare. Questa scelta aveva un intento ben chiaro, ossia quello di sconfiggere le malefiche creature della montagna.

Il parroco cadde in un sonno profondo che fu interrotto soltanto dal suono delle campane di mezzanotte. Al suo risveglio, egli dovette assistere all’oscena riunione delle temibili streghe. Ma non passò molto prima che queste si accorgessero della presenza di un uomo.

Fu così che il parroco fu torturato e malridotto a tal punto da ridurlo in fin di vita. Al mattino seguente si narra che il povero malcapitato fu ritrovato cosparso di graffi, ustioni e lividi. Da quel momento, il Sasso delle Streghe è stato considerato un luogo pericoloso da cui tenersi lontani.

Veduta del Re, escursione ad anello di Siusi

Ammaliati dalla storia e le leggende locali, abbiamo intrapreso il sentiero di Laranza. Prima abbiamo costeggiato l’Hotel Mirabell e i caratteristici masi dell’Alto Adige. Dopodiché, abbiamo cominciato a salire sulla strada asfaltata che conduce all’inizio del sentiero con segnavia N°5: Giro di Laranza.

Il primo tratto del sentiero era in ghiaia e attraversava i verdi campi illuminati dal sole. Alla nostra sinistra l’imponente Alpe di Siusi che si stagliava verso il cielo. Il massiccio roccioso sembrava dominare incontrastato sulla vallata e tutti i borghi alpini allo Sciliar. Intanto, il nostro sguardo incredulo vagava nel pittoresco scenario dolomitico.

Dopo poco ha avuto inizio il sentiero nel bosco che ci ha condotto in meno di 15 minuti alla famigerata Veduta del Re. Questo è un panorama a 1.150 metri circa s.l.m. che prende il nome dal Re di Sassonia che vi si recava durante i periodi di riposo.

Il giro di Laranza si snodava attraverso il bosco mescolandosi con la lussureggiante vegetazione e le antiche rocce che costellano il sentiero. Con un dislivello di circa 200 metri in poco meno di due ore, questa è una passeggiata adatta a tutti e per tutte le età. Inoltre, durante il tragitto abbiamo notato diverse panchine in legno per permettere ai visitatori di godere della natura e la pace del bosco dolomitico.

Giro di laranza, anello veduta del Re, Siusi allo Sciliar

Fuori dal bosco

In meno di un’ora abbiamo percorso l’intero sentiero di Laranza immerso nel bosco. Siamo stati travolti da una sensazione di pace capace di pervadere le nostre menti. Usciti dalla vegetazione, abbiamo percorso una viuzza asfaltata con l’Alpe di Siusi imponente dinnanzi a noi.

Al termine della strada, abbiamo proseguito verso la statale dove attraverso passaggi pedonali abbiamo raggiunto di nuovo l’imbocco del giro di Laranza. Abbiamo seguito sempre le segnaletiche per Siusi allo Sciliar e infine abbiamo raggiunto il centro del paesino.

Questo magico itinerario tra i boschi e i campi del borgo alpino di Siusi ha stravolto le nostre aspettative permettendoci di esplorare luoghi incontaminati tra le montagne più invidiate del mondo, le Alpi delle Dolomiti.
Raianaraya Nature Experience

La leggenda del lago di Carezza

Il lago di Carezza è uno specchio d’acqua dalle tonalità color smeraldo adagiato tra le vette delle Dolomiti in Trentino Alto Adige. Avvolto nel mito, in questo luogo aleggia la leggenda della ninfa Ondina che dimora nelle profondità del bacino.

Autore: Raianaraya Nature Experience

Il lago di Carezza è uno dei laghi più belli e suggestivi delle Dolomiti ed è adagiato nella nota Val d’Ega, a Nova Levante nella provincia di Bolzano. Qui sopravvive la leggenda della ninfa del lago di Carezza, una creatura mistica che si pensa dimorasse nelle profondità dello specchio d’acqua.

Le Alpi dolomitiche circondano il profondo bacino idrico mentre il massiccio del Latemar si staglia verso l’alto creando una muraglia naturale. Torri e guglie rocciose di origine erosiva delimitano il confine tra il lago di Carezza e il versante opposto che comunica con le valli più vicine a Bolzano.

Leggenda della ninfa del lago di Carezza

Una leggenda narra che nelle acque del Lago di Carezza vivesse un’incantevole ninfa dai capelli biondi, Ondina. Tutti i passanti in cammino verso il Passo di Costalunga venivano stregati da cotanta bellezza e le dolci note del suo canto allietavano il loro animo. Nessuno poteva resistere all’incredibile fascino della giovane creatura.

Un giorno accadde che lo stregone di Masarè, potente mago che dimorava sul massiccio del Latemar, si innamorasse perdutamente di Ondina. L’attraente canto di quest’ultima sedusse così tanto l’uomo che non potette fare altro che cadere in questo giuoco.

Nei giorni a venire lo stregone tentò invano di avvicinare la ninfa. Ogni volta che provava ad avvicinarsi, Ondina, schiva e molto timida, si tuffava nel lago di Carezza e lasciava che le sue tracce si perdessero del tutto.

Lo stregone e l’arcobaleno

Non conoscendo altro modo, lo stregone si diresse dalla strega Langwerda, sul monte Catinaccio. Al ché, Ella gli consigliò di mettere in piedi uno spettacolo dalle proporzioni maestose. Avrebbe dovuto realizzare un arcobaleno che dal Catinaccio giungesse fino al Latemar terminando nel lago di Carezza. Inoltre, tutto ciò andava fatto sotto mentite spoglie. Infatti, lo stregone avrebbe dovuto fingersi un mercante di gioielli così da riuscire ad ammaliare la ninfa.

Lo stregone attuò il piano come descritto dalla strega Langwerda e creò l’arcobaleno più bello che si fosse mai visto sul pianeta. Ma preso dal suo lavoro, egli dimenticò di trasformarsi in mercante di gioielli. Intanto Ondina, stupita dallo spettacolo di colori, emerse dalle limpide acque per ammirare la meraviglia di quel creato. Una volta sulle sponde del lago, però, si accorse dello stregone. Così, la ninfa, infastidita dall’inganno, si rituffò nelle profondità del lago e questa volta scomparve per sempre senza lasciare nessuna traccia di sé.

Lo stregone, preso dalla collera, distrusse l’arcobaleno che si frantumò e tutti i suoi pezzi caddero nel lago. Questo evento fu la causa dello splendore di questo lago che ancora oggi risplende di mille colori. Oggigiorno, quando le acque del lago di Carezza si abbassano, emerge la statua della ninfa Ondina che ancora dimora nelle sue profondità.

lago di carezza in Val d'Ega, la leggenda della ninfa

Dalla Val d’Aosta al Lago di Carezza, on the road verso il Trentino

La leggenda del lago di Carezza riecheggia nel mito e la sua bellezza cattura ancora gli sguardi degli ignari viandanti. Nel nostro viaggio on the road sulle Alpi, siamo stati travolti dalle straordinarie tonalità di queste acque. Nonostante il meteo del lago di Carezza fosse stato molto variabile a causa del maltempo, il bacino risplendeva di un blu accesso che sfidava le leggi della fisica.

Siamo giunti sulle rive del lago in primo pomeriggio, ma le condizioni atmosferiche avverse non hanno permesso alcun tipo di escursione o passeggiata nella zona. In prossimità della strada statale della Val d’Ega, percorrendo i tornanti in salita, è possibile ammirare il blu profondo delle sue acque. Abbiamo parcheggiato l’auto di fronte al bacino idrico e il costo del parcheggio del lago di Carezza è gratuito per i primi quindici minuti, dopodiché scatta la tariffa oraria.

Prima di ricominciare il viaggio on the road verso la Val di Fassa, abbiamo approfittato con un campeggio sul lago di Carezza. Ovviamente, nell’immediate vicinanze dello specchio d’acqua è vietata qualsiasi forma di campeggio o attività ristorativa. Ma ad ogni modo, a pochi minuti di auto è possibile usufruire di aree di sosta attrezzate e campeggi itineranti.

Il lago di Carezza è un vero capolavoro della natura dai riscontri leggendari. Anche se di sfuggita, merita di essere visitato poiché è unico e tra i più affascinanti delle Alpi dolomitiche. Inoltre, di passaggio dal Passo del Tonale e dal Ghiacciaio Presena, è una meta che vale la pena aggiungere all’itinerario di viaggio, come abbiamo fatto anche noi.
Raianaraya Nature Experience

Trekking Sentiero della Pace dal Tonale

Un itinerario storico che ripercorre le tappe della grande guerra. Dal Tonale alla Marmolada, un’escursione di oltre 500 chilometri tra i ghiacciai e le vallate che furono le linee di difesa italiane contro l’impero austro-ungarico. Questa tratta copre la parte iniziale di questo tragitto che dal Tonale conduce al Ghiacciaio Presena.

Autore: Raianaraya Nature Experience

Il sentiero della pace è un trekking piuttosto complicato con tratti alpinistici per soli esperti che transita nei vecchi punti chiave delle linee di difesa italiane durante la grande guerra. Con un itinerario di oltre 520 chilometri, il sentiero della pace è un viaggio commemorativo tra cave, bunker e ruderi delle battaglie che ebbero luogo durante il primo decennio del secolo scorso nell’area del Trentino e del Veneto.

Un percorso escursionistico del genere necessiterebbe di circa un mese per essere completato del tutto, ma in alternativa, il sentiero della pace può essere scoperto percorrendo brevi tratti. Infatti, l’itinerario storico della grande guerra consente di procedere per tappe affrontando escursioni con una distanza minore.

In questo caso, questa è la prima tappa che collega il Passo del Tonale all’Adamello. Nello specifico, l’escursione che raggiunge il Passo Paradiso e in seguito, il Rifugio Alpino Capanna Presena, seconda sosta della cabinovia Paradiso che conduce al Ghiacciaio Presena a 3.064 metri s.l.m. Ed è qui che il trekking ha avuto inizio, a quota 3.000 metri con l’impareggiabile vista del Rifugio Panorama 3000, ossia l’avveniristico Sky Bar dal design moderno e dalle enormi vetrate che affaccia sull’incredibile ghiacciaio e sugli impianti sciistici del Tonale.

Trekking sentiero della pace, Passo del Tonale

Cabinovia Paradiso – Rifugio Alpino Capanna Paradiso

Nella scorsa tappa abbiamo raggiunto il Ghiacciaio Presena con la teleferica del Tonale, la Cabinovia Paradiso. Quest’ultima nella fase di risalita compie tre diverse fermate: prima al Rifugio Passo Paradiso a 2.573 m s.l.m., una intermedia al Rifugio Alpino Capanna Paradiso e un’ultima al Rifugio panorama 3000, ossia il balcone sul ghiacciaio.

Dopo aver ammirato i silenziosi pendii innevati e le frastagliate vette rocciose, usufruendo dell’ovovia abbiamo raggiunto comodamente il Rifugio Capanna Paradiso a quota 2.753 metri. Qui abbiamo intrapreso il primo tratto verso il sentiero della pace, il principio dell’itinerario storico della grande guerra.

Da Capanna Paradiso abbiamo percorso un ampio sentiero in ghiaione utilizzato come pista da scii durante la stagione invernale. Un serpentone accompagnato da un costone di neve gelata che si erge oltre l’altezza media di un uomo. Numerose coppie in quel muro glaciale hanno pensato di incidere i propri nomi, forse per far riecheggiare quel loro legame anche nella maestosità del Ghiacciaio Presena.

Prima di raggiungere Passo Paradiso abbiamo costeggiato le rive di due laghi di origine glaciale. I due specchi d’acqua cristallina erano caratterizzati da una tonalità di color turchese intenso nonostante il meteo incerto e le nubi sparse. Infatti, il colore dei bacini risplendeva di luce propria, donando pace e tranquillità all’affascinato visitatore di passaggio.

Sentiero della pace, trekking Passo Paradiso

Sentiero della Pace – Trekking Passo Paradiso

Prima di intraprendere il sentiero della pace, abbiamo potuto ammirare il monumento in memoria dei caduti della grande guerra e a pochi passi uno spazio ricavato da una grotta per raccontare delle gesta compiute dai nostri eroi e custodire gli strumenti utilizzati durante le complesse operazioni militari.

Dal Rifugio Paradiso potevamo scegliere tra diverse opzioni per tornare al Tonale. Una era quella di scendere in ovovia fino al parcheggio della cabinovia, ma troppo comoda e senza sprazzi nella natura. Un’altra possibilità prevedeva di lanciarsi sul percorso in ghiaione e neve che conduce a valle seguendo la teleferica, ma in questo caso il sentiero era sconnesso e in forte pendenza.

L’ultima e anche l’opzione migliore non poteva che essere il sentiero della pace, un trekking di circa tre ore con una difficoltà E – Escursionistico e degli scenari naturalistici incantevoli sulla dorsale dei Monticelli e i pendii scoscesi delle montagne circostanti. Dal passo paradiso abbiamo affrontato una breve discesa con forte pendenza su ghiaione alla destra del rifugio e subito abbiamo raggiunto lo stretto sentiero in sterrato che si insinua tra i Monticelli e il Presena.

In questo primo tratto le rocce di un colore verdastro e gli strapiombi sulla valle davano origine a un paesaggio inconsueto e sbalorditivo. Vegetazione rarefatta, massi variopinti e una veduta infinita verso l’orizzonte rendevano ogni passo del percorso un’esperienza unica. Qui abbiamo avuto l’onore di avvistare anche un’aquila in perlustrazione che cauta sondava il terreno di caccia.

Segnavia sentiero della pace, passo del tonale

Sentiero della pace: arrivo al Tonale

Durante la prima ora di cammino abbiamo camminato completamente circondati dalla dorsale dei Monticelli e dalle montagne del versante frontale. Le cime rocciose puntellate di nevai e alcuni piccoli ghiacciai che facevano capolino come per segnalare la loro precaria esistenza, scolpivano uno scenario alquanto singolare. La natura anche qui è riuscita a realizzare un’opera d’arte dal valore inestimabile e noi, fortunati, abbiamo potuto assistere a questa meraviglia paesaggistica senza tempo.

Dopo la prima ora di escursione, le pendenze del sentiero della pace hanno cominciato a diminuire, rendendo la camminata sempre più spedita e agevole. Una volta attraversato un piccolo rivolo d’acqua, tra le pietre e le rocce sparse sul percorso, abbiamo apprezzato la magnificenza di questo scenario naturalistico che ad ogni passo cambiava dinnanzi a noi. Il tipico paesaggio alpino d’alta quota aveva prima lasciato spazio alle praterie per poi finalmente terminare nel bosco di montagna e anche ultimo tratto di sentiero che procedeva su ampia strada su ghiaia.

Abbiamo coperto l’intera distanza del sentiero della pace che dal Passo Paradiso conduce al Tonale in meno di quattro ore. Abbiamo proseguito con calma e con quel fare di chi non vuole perdere alcun dettaglio di quel quadro naturalistico. Giunti a valle, abbiamo approfittato di una sosta per bere una buona birra alla locanda adiacente alla Cabinovia Paradiso. Un modo semplice di appagare la nostra sete e il nostro desiderio di condividere quel momento insieme, un’avventura straordinaria affrontata in compagnia in un luogo unico e incontaminato al confine tra le Alpi del Trentino e della Lombardia.
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